Essere invitato alla 21° Rassegna Nazionale degli Oli Monovarietali per raccontare di Olivo & Paesaggio, è stato per me un grande evento emotivo.
Ritornare ad accarezzare con gli occhi la corteccia, i tronchi contorti, le foglie argentee degli olivi, ritornare a far emergere i paesaggi che nel corso dei secoli, questa pianta ha caratterizzato in maniera unica. "Presenze silenziose", come ama ripetere il maestro Giorgio Pannelli, custodi e protagonisti di paesaggi, a partire dalla pittura rinascimentale. Un valore depositato in una storia millenaria, che non si esaurisce nello sguardo, ma che diviene l’ingrediente segreto, il valore aggiunto che finisce nelle bottiglie di quel meraviglioso prodotto che è l’olio extravergine monovarietale.
Parlare di olivo e paesaggio, oppure di paesaggio con olivi, significa fare riferimento ad una storia millenaria, ad una geografia che comprende l’intero bacino del Mediterraneo. Significa parlare di civiltà che hanno avuto negli occhi quei tronchi nodosi, sulla pelle e nel corpo il prodotto estratto dai suoi frutti. L’olivo, le olive, l’olio, non sono riconducibili solo ad una storia di contingenze quotidiane, ma hanno raggiunto ogni ambito dell’esistente.
Una “talea culturale” che si è propagata nella sfera del sacro, delle religioni, delle culture.
“Storytelling” è un termine, entrato ormai a far parte del lessico quotidiano, un neologismo che ci arriva dai paesi anglo-sassoni, uno strumento utile per fare “narrazione, racconto”.
La mitologia, la religione, sono state e sono le più alte forme di storytelling che ancora oggi funzionano molto bene; due gli strumenti usati, la parola e l’immagine.
In particolare l’immagine, perché quando ancora il logos, il linguaggio, doveva addivenire ad una forma compiuta e sistematica, l’uomo preistorico sentì il bisogno di comunicare con immagini, prima scolpite, poi rappresentate con segni sulle volte delle caverne.
Nel Rinascimento, sullo sfondo di soggetti illustri, nobili, religiosi, incominciò a trovare spazio la rappresentazione della natura, non più come sfondo indifferenziato, ma con una sua chiara e distinta riconoscibilità.
Artisti quali Piero della Francesca, Pietro Vannucci (Perugino), Mantegna, Antonello da Messina, dipinsero sullo sfondo di loro opere i “luoghi da loro conosciuti”, con il corredo di vegetazione.
E’ questa nuova sensibilità, questo nuovo modo di fare pittura, che genera il neologismo “Paysage”, paesaggio, pittura di paesi. Il termine fece la prima comparsa in un vocabolario di lingua francese intorno al 1549, “Paysage”, un termine che annuncia la sua appartenenza non tanto alla categoria naturale, quanto ad un ordine estetico / culturale. “La Natura attraverso la Cultura, quest’ultima intesa non come la somma di nozioni acquisite, ma come la differenza di tutte le esperienze vissute, che lascia depositato in fondo all’uomo il seme dell’unicità”.
In molte opere di pittura di paesaggio sembra riverberarsi nella nostra esperienza visiva, l’atmosfera che avvolgeva l’artista.
La pianta dell’olivo è stata molto spesso protagonista di varie opere, soggetto dei “paesaggio”, con il suo portato culturale che affonda nella storia millenaria.
Se l’immagine è storytelling, allora oggi la fotografia è uno storytelling totale.
Uno storytelling fatto da ogni singola pianta, a volte sporadiche presenze, storte, piegate, in grado comunque di sorreggere sulle loro chiome l’identità e le radici culturali.
Come ci ricorda Platone nel Timeo, quando facendo metafora dell’uomo, afferma che … siamo piante celesti, con le radici lassù… e che porta un poeta come Predrag Matvejević a scrivere nel suo volume Mediterraneo, le seguenti parole “…la produzione dell’olio non è solo un mestiere, è anche una tradizione. L’oliva (l’olivo, n.d.a), non è solo un frutto (pianta n.d.a.), è anche una reliquia”.
Prendersi cura, sono due parole, con cui forse potrei chiudere questa narrazione. Il minimo comune denominatore che sorregge storytelling e paesaggio.
di Giorgio Tassi